Peppina Fiori, grande nella sua quotidiana ordinarietà


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di Piero Murineddu

Quando quattordici anni fa circa pensai d’intervistarla, lo stimolo l’ ebbi inizialmente dal fatto che era una delle pochissime che continuava a circolare per le strade di Sorso con la tipica mantella, indumento col quale  nei tempi passati le nostre mamme e nonne si coprivano ogni qualvolta dovevano uscir di casa. Oltre la testa, ricopriva buona parte del corpo.

Andato per farle la proposta, la comprensibile diffidenza verso chi non si conosce, accompagnata dallo sguardo di chi vuol capire bene le intenzioni  dell’ interlocutore, lasciò subito il posto ad una calorosa affabilità allorché le dissi che ero lu figlioru di Giuanna Maria di Monti, figlia a sua volta di Raimondo e Rosa Mura.

Ah, figlioru di Giuanna Maria sei…entra, entra a drentu e tanca be’ la ianna. A ti lu preparu lu caffè?

Da lì capii che la cosa era fatta.

Man mano che la conversazione procedeva, introdotta dal tipico gorgoglìo della piccola moka davanti alla quale le moderne macchinette con le cialde si vergognano di esistere, iniziai a vedermi davanti non solamente il personaggio legato alla “fasdhetta“, ma una donna ricchissima di esperienza  e di inaspettata grinta. Una di quelle persone che mi attirano particolarmente. Da quel momento in poi smisi il mio atteggiamento di freddo e staccato “intervistatore”, e sistemati più comodamente i gomiti sul tavolo di cucina, iniziai ad arricchirmi piacevolmente dei  racconti di “zia” Peppina Fiori.

Ho detto una donna grintosa, ma anche con un certo caratterino.

Giampiero era uno dei tanti ragazzini che in quello spiazzo rialzato di via Gramsci, case popolari dove abitava Peppina, in estate specialmente e dato più che nell’ angolo sotto la sua palazzina si creava nel pomeriggio una zona d’ ombra, si ritrovavano per giocare a cristhallini (palline di vetro) e i bambini, si sa, non sono proprio silenziosi quando in gruppo si fanno un’ attività piacevole. Peppina non era tipo da pazientare quando veniva impedita a fare il suo legittimo riposino del dopo pranzo, per cui è immaginabile la sua reazione. A Giampiero è rimasto ben impresso chissu coipu di rocciu ( quel colpo di bastone) arrivatogli sulla schiena quando aveva allungato il braccio per prendere un’ arancia dal suo cortile. I palloni bucati poi non si contano. Insomma, Zia Peppina la dolcezza e la pazienza le lasciava volentieri ad altri, specialmente quando i suoi diritti non venivano rispettati.

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Buona parte di quanto avevo con molto piacere ascoltato da Peppina é documentato nei video che riporto sotto.

Più o meno nello stesso periodo ero andato a raccogliere il racconto della sua vita al fratello Salvatore nella piccola casa in via Ippolito Nievo dove viveva e in un’altra occasione…

Memoria di ziu Saivadori Fiòri

A zent’ anni“, si augura da queste parti. Peppina il secolo di vita lo aveva raggiunto bello tondo, e uno dei primi giorni del luglio 2021 insieme al Buon Dio decise che poteva benissimo bastare così. É molto probabile anche che era impaziente di riabbracciare il suo Saivadoricu, Masia di cognome, deceduto una trentina d’anni prima.

Prima dei video a lei dedicati, riporto una parte dei suoi racconti, sentiti in sussincu stretto.

Fòra da l’ischòra andazìami a trabaglià paschì màmma vurìa accuglì l’ariba, ed èu gun ghiddha munciglia:

– O mà, bocchi mòddha è…

– Tostha la vai…piènara!”

E tandu ischuminzabu a pianalla, si no mi duccaba brià mi duccaba…..

Dabboi, fatt’a l’ariba, siminabani lu driggu e noi andazìami a zappitallu.

Erami vinti pizzinni femmini e vinti pizzinni masci… una femmina adananzi e un masciu adareddu, paschì si no dizìani chi sthaziami arrasciunendi o magarri…..

Finidda la zappittèra intraziami ad anitallu, a tiranni la vetta di l’ànsina, ghi èra un’ebba fiuridda gialla.

Daboi suipindiami inghibi.

– E abà?

– Da luni a Pienumànnu, a l’ariba…

– Zi’Antonì, abà semm’ isthracchi mì…

– Da ghi seddi i lu baùru vi ripuseddi…

– L’occi ni l’esciani a eddhu….

– Ma, a si dizini ghisthi gosi?

– Zi’ Antonì, no è eddhu ghi è pratindendi la gosa? Prima intraziami a li setti, abà intremmu all’òttu, iscimmu a mezzudì a magnà e n’iscimmu a li sei di sèra….. Zi’Antonì, zi né tirendi lu sangu zi né tirendi…

– Eh, gia l’hai du lu sangu!

– Ma eddhu zi ni l’è magnendi…

– Da inghibi briabami e zi n’isciami…..

 

Pubblicato da pieromurineddu

Sono nato a Sorso, davanti al golfo dell'Asinara, nel gennaio 1957, a cavallo di cambiamento dell'anno in cui l'influsso zodiacale dicono renda chi nasce alla vita tendenzialmente riservato e all'apparenza spigoloso, sicuramente affidabile perché fedele alle responsabilità prese, portato all'introspezione, fornito di grande sensibilità e principi solidi su cui giocare l'intera esistenza. Ammesso che cosi sia, aggiungiamoci pure intransigente, con me stesso principalmente. Penso che già mentre attraversavo il sacro tunnel di mia madre per affacciarmi al mondo intuivo che la strada da percorrere sarebbe stata assai faticosa, ma l'idea che potevano esserci anche delle gioie e la curiosità di fare tante scoperte (non tutte bellissime!), mi ha fatto uscire fuori ...con un fragoroso pianto. Cammin facendo, ho sempre rafforzato l'idea che, ancor prima di rispondere alle aspettative di chicchessia, è di gran lunga più importante ascoltare la propria ( intelligente) coscienza e agire di conseguenza. Stare bene con gli altri è sicuramente cosa ottimissima, ma quant'è bello stare bene con sé stessi! Interessi? La musica, che nel piccolo ho cercato anche di crearne seppur senza elevatissimi risultati non avendo fatto particolari studi sulla materia; la scrittura, forse per fermare pensieri ed eventi che si susseguono in continuazione e la cui velocità rischia di cancellare pericolosamente quanto è stato poco prima, o peggio, molto prima. Sarà questo il motivo che mi ha portato a metter su un blog? È possibile, e questo senza alcuna pretesa di esibire capacità scritturali e di pensiero che so di non avere. Un lungo diario, il blog, dove uso annotare oltre i miei anche pensieri e giudizi di altri autori sui vari accadimenti e ambiti del vivere che faccio miei. Obiettivi particolari da raggiungere a lunga scadenza? Essendo convinto che sono le piccole scelte quotidiane che fanno il tutto, cammino momento dopo momento in strade possibilmente secondarie e imponendomi di rialzarmi dopo le inevitabili cadute, magari traendone insegnamento per proseguire meglio e con maggior fiducia nella Vita a cui, comunque proceda e vada a finire, sarò sempre grato. Di tanto in tanto viene da chiedermi se su questa Terra esista un piccolo spazio di vera Pace. Nel caso, mi verrebbe la tentazione di raccogliere poche cose essenziali, e con le persone care e i veri amici, pochi come lo sono i denti in bocca a certi vecchi (ah, il caro Francescone da Pavana!), raggiungere quel lontano posto, lontano anni luce dai fragorosi "rumori" di questi tempi. Lì costruire delle casette, magari sopra gli alberi, coltivare un non troppo spazioso terreno e vivere di quello che dona la natura, riprendendo a sorriderci e abbracciandoci spesso senza vergogna. Prima o poi prenderò l'iniziativa. Intanto rimango qui a fare quel che posso: ad essere attento nel sostenere chi sta per cadere; a trattenere lo schiaffone a quell'imbecille e tramutarlo in forzata carezza; ad incoraggiare chi ha perso ogni speranza; a parteggiare sempre e comunque per chi è fatto oggetto d'ingiustizia; a disobbedire davanti a regole ipocrite che non rispettano la dignità delle persone, specialmente di quelle messe ai margini; a commuovermi davanti a gesti di altruismo e di attenzione verso il prossimo...

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