di Piero Murineddu
Praticamente in questo momento sono ancora sfinito, come ho detto per telefono all’amico Franco l’altro ieri. Ma torniamo indietro, altrimenti non si capisce un quarto di sega.
Venerdì. Giorno di mercato a Sossu. Di buon mattino mi ci reco per la piccola spesa di rito settimanale, compresa la belga a 2,20 euro al chilo, che se vai al supermercato per questa cifra te ne danno due o tre striminzite. Un abbraccio al vecchio amico Luigi, una sbirciata al vigile in pensione dal asso veloce Antonio ora cantante fai da te, ora cliente e non più col taccuino in mano, e saluti vari, con l’occhio attento ai prezzi più convenienti.
Ripercorrendo la via di ritorno, mi vedo raggiungere da una gentile signora che poco prima mi aveva venduto un ottimo pane di Osilo che, guarda un po’, mi ero lasciato sul bancone dopo averlo pagato. Accenni dalla vecchiaia che si avvicina.
Tornando indietro, begli ultimi banconi
un omone, l’ex vigile Ruggiu il bassista, richiama la mia attenzione: “Vieni, vieni a firmare…”. E che caspita devo firmare? Avvicinatomi, riconosco gli aderenti alla CGIL tutti con la stessa maglietta bianca e scritta, dalla quale si capisce subito che stanno contribuendo a fare una petizione per CHIEDERE UNA SANITÀ PUBBLICA DEGNA DI QUESTO NOME, quel sacrosanto diritto che questo governicchii nazionale, impegnato ad acquistare armi e aumentandosi senza ritegno il conto in banca, ci sta rubando, costringendoci a sborsare dinà, dinà e ancora dinà per darli alla sanità privata per sperare così di passare il più tardi possibile all’altro mondo.
Consegnato il documento e compilati i dati nel registro, firmo molto volentieri, faccio una carezza alla sempre agguerrita Nina e ringrazio tutti i presenti per il grande servizio che ci stanno offrendo del tutto gratuitamente, usando il tempo, loro si, a servizio del prossimo. Mi viene in mente Franco, componente storico del sindacato. Messaggiando qualche giorno fa con lui, vengo a sapere che in questo periodo la salute non è al massimo. Approfitto dell’occasione per mandargli gli auguri affinché si riprenda velocemente e al meglio.
Rientrato di corsa, metto a posto tutta la spesa, una sciacquata, cambio la maglietta già mantida di sudore e vado a prendere la persona che mi sono impegnato ad accompagnare ad Ozieri per una visita che l’aiuti ad affrontare meglio i dolori che, figuriamoci, non si fanno pregare per farsi sentire.
Viaggio a velocità sostenuta per non ritardare. Arrivati a destinazione, lascio l’amica all’ospedale e io mi avvio per parcheggiare l’auto poco distante.
Auffhh…
Arrivato ansimando dopo discese, scale e discese il centro, raggiungo subito il bar centrale “Offelleria svizzera”, che a differenza della scorsa volta, il dek se lo sono procurato e il cornetto al pistacchio vedo lì che sta pazientemente aspettando per essere divorato da me che non vedevo l’ora. Al momento di pagare chiedo il significato di Offelleria. Pasticceria, mi risponde quello che presumo essere il proprietario. E vabbè, scriverlo in italiano sarebbe stato troppo difficile ma non ho voglia di farla lungo e mi avvio verso il basso attraverso piazza Cantareddu.
Casualmente, anche a Ozieri il venerdì è giorno di mercato. Cariagscia, barracoccu e pessiggu li lascio volentieri agli ozieresi. Io mi accontento di un capellino e di una nuova custodia per lo smartphone di un colore acceso perchè quella nera, accecato come sono, uscendo di casa, prima di trovarlo devo sempre girare tutte le stanze. Naturalmente li acquisto da due immigrati. Con lo sconto, la qual cosa fa sempre piacere.
Sedutomi per riprendere fiato, chiedo ad un vigile di passaggio – stranamente sorridente e cordiale, cosa sempre più rara – il percorso più breve per arrivare all’auto. Risposta? Lo stesso che ho fatto per venire, questa volta con salite, scale, salite e scale a non finire.
Auffhhh…
Armatomi di coraggio, di pazienza e di altro coraggio, inizio… l’arrampicata. Fatto un tratto, scale, fatto un altro, altre scale e così fino all’agognata vista dell’auto che mi fa fare un lungo e liberatorio sospiro di sollievo.
Auffhhh…
Non sarà il caso che a Ozieri, almeno per quando mi ci reco io, mettano delle scale mobili, delle telesferiche o qualunque marasolthi che non facciano morire noi anzianotti nell’affrontarne le strade, asfaltate o impietrate che siano?
Comunque, appena stravaccatomi sul sedile, dall’amica Rita, emigrata da quel lontano dì a Milano, mi arriva la notizia del decesso della zia Annita, arrivata sulla soglia dei cent’anni. Saputo che ha condotto una buona e saggia esistenza e rammaricandomi di non ricordare di averla conosciuta, le dico che sarebbe stato bello riuscire a registrarne la lunga vita, trovandola d’accordo. Immagino quante cose avrebbe potuto farci conoscere della Sorso di una volta. Pax et bonum a lei e alla sua famiglia.
Per trovare refrigerio, mi reco nel parco periferico dedicato a tal prof Fausto Manunta, presumo insegnante nella vicina scuola. Mi colpisce subito che a fianco delle ennesime scale, a differenza delle precedenti, vi sia la rampa di accesso per i disabili in carrozzina, segno di attenzione verso chi fa fatica a vivere. Il fatto mi porta a pensare che, pur avendo dovuto fare poco prima tutte quelle scale, sono tuttavia fortunato perché le gambe ancora mi funzionano, a differenza di molti altri. Di questo ringrazio e mi distendo nella panchina in legno più vicina prima di stramazzare al suolo.
Ripresa l’ amica dopo la visita, ho conferma, come la volta precedente, che nella Sanità pubblica vi sono persone più che degne del ruolo importante che ricoprono. Il pensiero va alla petizione per migliorare la Sanità Pubblica (pagata coi nostri soldi!) vista fare la mattina dai pensionati cigiellini, sperando che a firmare continuino ad essere in tanti, uno dei modi per dare una scrollattona a questi indegni governanti che decidono a loro piacimento delle nostre vite.
Il viaggio di ritorno da Ozieri è più rilassato, e ascoltare le canzoni del vecchio Francesco da Pavana, ovvero il grande Guccini, è sempre un vero piacere.