LA FABBRICA COME TERRA DI MISSIONE
di Sandro Artioli
Sono nato nel 1942. Mio padre ha fatto fino alla quarta elementare, mia madre fino alla terza.Mio padre ha fatto quarant’anni di lavoro operaio alla Breda Siderurgica con due infortuni.Mia madre faceva la lavoratrice in ospedale prima che nascessimo io e le mie due sorelle.La mia famiglia era quindi gente povera. Io non andavo all’oratorio ma ho iniziato a 8 anni a fare il chierichetto nella parrocchia Santa Francesca Romana, imparando le frasi latine.
Quando ero in quarta elementare avevo un maestro che si dichiarava ateo. Quando si rese conto che facevo il chierichetto mi aggredì. Una volta mi chiuse in un buio armadio e mi gridò “Artioli, se sei un chierichetto perché non chiedi al tuo angelo custode di tirarti fuori?”. Poi mi ha esposto dalla finestra al secondo piano e mi ha detto: “Se ti butto giù il tuo Gesù ti salva?”.
In quinta elementare mi hanno dato un tema da scrivere: “Cosa farai da grande”. Già da quella età c’erano in me alcuni pensieri che cresceranno di più nella vita cammin facendo: scrissi che fin da piccolo volevo fare il prete per andare dai bambini poveri in Cina, India, Africa. Scrissi che avrei voluto abitare nelle capanne con loro o in una roccia che mi scavo io non nelle ricche cattedrali. Non mi sarei lasciato aggredire dal ruggito di qualsiasi leoni. E dichiarai che ero disposto a morire per Gesù.
In seminario ho deciso di andarci io: i miei genitori e i miei preti mi suggerivano di andare dopo la terza media. Io invece sono andato in prima media. I primi mesi mi buttavo a piangere perché non vedevo più i miei genitori e le mie sorelline. Il rettore ha invitato mia madre a venirmi a prendere e riportarmi a casa ben 3 volte. Quando lei arrivava io, nonostante che piangevo, mi nascondevo e non mi lasciavo portare a casa.
Nella mia vita in seminario ho avuto sempre molte divergenze e contrasti sulle cose che mi proponevano e profondamente mi riferivo di più a quello che io sentivo dentro di me, sia quando ero nelle medie e nelle superiori ma anche quando ero in teologia.
Dopo la terza teologia mi sento preso di fare una pausa di vita proletaria prima di arrivare automaticamente dopo 13 anni al sacerdozio.Sono andato in Francia a Saint Priest e ho lavorato in una fabbrica.
Il padrone era bestiale e mi affiancai alle delegate. Andando a messa a Natale vidi quel padrone in prima fila in chiesa. E fece comunione. Alla fine della messa andai dal parroco e gli chiesi se sapeva chi era quel personaggio. Lui mi rispose: «Il est un bon catholique mais un mauvais chrétien». Allora vuol dire che ci possono essere cattolici che sono pessimi cristiani.
Dalla Francia ripresi contatto col mio vescovo: gli scrissi che ero disposto a svolgere il ruolo di prete ma mi sentivo preso a farlo vivendo in basso e condividendo la pesante vita operaia. Lui mi ha mi ha detto che prendeva atto della mia richiesta e che me l’avrebbe rispettata. Ma mi chiedeva di fare inizialmente qualche anno in parrocchia. Io accettai e tornai.
L’ultimo anno di teologia era ormai chiuso e quindi non potevo rientrare in seminario per frequentare il corso che io avevo già fatto nel primo anno.Andai quindi da un mio amico prete, don Vittorio Ferrari, lo aiutai nell’oratorio e studiai da solo il quarto anno di teologia andando a fare gli esami in seminario di volta in volta.
Nel settembre 1967 sono stato ordinato prete. Nelle tabelle annuali con su le foto di tutti i preti ordinati io non ci sono però su nessuna: non mi hanno messo.
Sono stato mandato in una parrocchia a Quarto Oggiaro, uno dei quartieri periferici di Milano peggiormente devastato. Lì mi ha preso molto il disturbo sociale che c’era. E mi ci sono buttato.Tra le tante cose subite ho dovuto ad esempio difendermi dalle denunce alla curia dai ricchi. Preso dalla situazione non ci stetti solo qualche anno, come mi aveva chiesto il vescovo, ma rimasi 8 anni.
Nel settembre 1975, all’età di 33 anni mi sono buttato in Breda. Mi sono presentato dicendo che ho svolto la scuola solo fino alla terza media. Per nascondere sia il mio fare il prete sia il mio livello di alta cultura: per poter essere assunto nella bassa condizione operaia.
Chiesi al Vescovo di rimanere a Quarto Oggiaro e, non potendo fare oratorio, mi sarei dedicato agli operai di tutte le 4 chiese. Invece mi disse di non farmi più vedere a Quarto Oggiaro perché gli altri preti, sapendo che io facevo l’operaio, si sarebbero sentiti agitati dalla gente.
Per due anni sono rimasto solo, poi ci siamo uniti assieme io e don Cesare Sommariva e don Luigi Consonni: anche loro preti operai.
Rimasi in Breda Termomeccanica per 27 anni. Svolgevo il ruolo di fabbro-saldo-carpentiere. Era il ruolo lavorativo più pesante della mia fabbrica.
Dopo un anno, di fronte al disastro del mio reparto, accettai di essere eletto delegato come volevano tutti i miei compagni. Sistemai il tutto ma dopo due anni non mi proposi più come delegato ma convinsi alcuni miei amici giovani a farlo loro: dicendo che li avrei comunque aiutati.
Fare il delegato era per me un ruolo più comodo rispetto a quello dei miei compagni: che dovevano lavorare tutto il giorno senza godere dei rilassanti permessi sindacali.
L’Azienda mi ha più volte proposto di avanzare in forme di lavoro più raffinate: ma io mi sono sempre rifiutato perché volevo condividere sempre la condizione degli operai più pesantemente massacrati.
Nonostante il mio pesante lavoro mi buttai nell’innescare tra i miei compagni la necessità di far nascere una autorganizzazione di base. Affittai un piccolo locale vicino alla fabbrica per riunire molti lavoratori a discutere e decidere.
Il lavoro mi aggredì profondamente. Mi sentivo sempre molto stanco e affaticato.
Ho subito quattro infortuni i cui più gravi furono la rottura della vertebra e il massacro di un ginocchio. Poi, con gli esami che ci hanno fatto per essere stati esposti all’amianto, mi hanno trovato le placche pleuriche ai polmoni. Andai quindi in pensione nel 2002.
La mia vita è stata un collocamento radicale nella stiva dell’umanità. Da questa profonda umiltà io ho sempre più guardato e giudicato criticamente le cose che mi venivano imposte dall’alto: sia dalle gerarchie politiche-padronale sia da quelle religiose-sacrali.Entrambe erano burocraticamente sul ponte della nave dell’umanità mentre io ero con tutti quelli nella stiva.
Una volta andai dal dottore di un mio amico per valutare la sua situazione. Lui mi disse: “Mi scusi il suo amico mi ha detto che lei è un prete. Ma lei è davvero un prete?”. Io gli risposi: “Nessuno “è” un prete. Ognuno è un essere umano”. Si può solo dire che uno svolge la funzione di prete, ma tutti sono essere umani. Al di là dei ruoli funzionali che svolgono è la loro umanità che può essere buona o schifosa. Sono quindi del parere che il sacramento della “consacrazione” dei preti non modifica la loro struttura umana ma affida loro solo un ruolo da svolgere.
Adesso da tre anni ho subito la pesante conseguenza dalla mia vita lavorativa. La cosa peggiore è la mia testa che non capisce più nomi di chiunque e parole di qualsiasi tipo.Sono molto triste.Sono ridotto chiuso nella piccola stanzetta del negozietto in cui facevamo gli incontri con gli operai.Non riesco a fare interventi culturali ma mi dedico a fare azioni umane a coloro che sono poveri e massacrati.
In quella stanzetta alla domenica dico messa con alcuni amici.Abbiate pietà e misericordia di me.
DALLA LETTERA DELL’ALLORA ARCIVESCOVO ANGELO SCOLA PER LA MORTE DI DON SANDRO
È questa l’occasione per ripercorrere, seppur brevemente, l’esperienza presbiterale di don Sandro che, ordinato nel 1967, avrebbe tra qualche mese festeggiato il suo cinquantesimo anniversario di sacerdozio. Affascinato dall’esempio del Beato Charles de Foucauld – e in particolar modo attratto dalla vita silenziosa, nascosta e operosa di Gesù a Nazaret – egli si sforzò sempre di custodire un’immersione contemplativa nella presenza di Dio, coniugandola con l’attenzione sollecita alle più concrete necessità quotidiane della gente. La sua prima esperienza pastorale come vicario della parrocchia Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo in Quarto Oggiaro, durante anni carichi di fermento e di contestazione, gli permise di entrare subito in contatto con la realtà delle periferie. Raccolse le aspirazioni al cambiamento sociale di tanti uomini e donne, prodigandosi fattivamente per diffondere, soprattutto tra i giovani, le esigenze di giustizia e di carità proposte dal Vangelo. Crescendo in lui l’urgenza di condividere con ancora maggiore radicalità la situazione delle fasce più povere e fragili della popolazione, scelse e ricevette come mandato di diventare operaio fra gli operai di una grande fabbrica. Poté così impegnarsi, non senza fatiche e difficoltà, a ridestare in queste persone la consapevolezza della loro dignità e dei loro diritti, aiutandoli poi a difenderli attraverso il corretto ricorso ai mezzi sindacali. Grande sostegno egli trovò nell’amicizia e nella comunione di vita con alcuni confratelli che abbracciarono il suo stesso cammino. La sua testimonianza cristiana fu dunque caratterizzata da profondità di fede e lucida lettura dei fenomeni sociali, oltre che da un’appassionata, fedele e coraggiosa solidarietà nei confronti dei suoi compagni di lavoro. La malattia sopraggiunta negli ultimi anni venne quasi a sigillare nel silenzio e nel nascondimento la sua offerta totale, senza compromessi.
Da uno scritto del 2010
LA SOLITUDINE DI UN PRETE OPERAIO DIVORATO DALL’AMIANTO
DI Giorgio De Capitani
Un giorno sì e un giorno no ricevo, ormai da tempo, delle e-mail da don Sandro Artioli. Si tratta di articoli vivaci, interessanti e provocatori che lui prende dai siti più vivaci, interessanti e provocatori. Articoli che contestano questa Chiesa gerarchicamente arroccata su posizioni non in linea con quella apertura evangelica che don Sandro ha sempre sognato. Dicendo “sognato” non vorrei far credere a qualcosa di evanescente. Per nulla!
Don Sandro ha lavorato sodo per la “sua” Chiesa, in mezzo alla gente che di Chiesa (non la “sua”) non voleva più saperne, sentendosi tradita.Don Sandro ha fatto una scelta coraggiosa, magari discutibile pastoralmente parlando. Ma la teoria davanti alla testimonianza che impegna anima e corpo, svanisce di colpo, se si ha il coraggio di prendere il Vangelo radicale, e caricarselo sulle spalle.Non vi anticipo la storia: la leggerete, e vi commuoverete. Spero.
Vorrei prima poter fare alcune riflessioni.Anzitutto, una prima. Don Artioli fa parte dei 41 preti che firmarono l’appello per la libertà sul fine-vita. E qui posso subito dire di essere anch’io in buona compagnia. So che ha firmato altri appelli. Lo so anche perché il sito Fides et Forma, inizialmente almeno, ha cercato di bollare, in modo indegno, questi preti riprendendoli uno per uno e svergognandoli evidenziando solo alcuni aspetti (tra parentesi neppure questi degni di riprovazione), come se non contasse una vita spesa per un regno che naturalmente non rientra nei piani di visuali cattoliche meschine.
IoNon so cosa abbiano fatto gli altri preti firmatari per difendersi e per difendere i loro compagni. Io non sono stato zitto, e ho preso in mano la clava e ho menato più che potevo. Stile don Giorgio. Ho voluto far capire a certa gente ottusa che parla di carità e mangia ostie tutti i giorni che la persona va sempre rispettata, e che non basta un singolo gesto o una firma o una parolaccia per screditarla. Sono riuscito? Non lo so. Ma una cosa so: che la Verità prima o poi giudicherà i malvagi, e i primi malvagi sono coloro che parlano bene di Dio e poi ne fanno la peggiore caricatura.
Certo, non conoscevo la storia personale di tutti i 40 sacerdoti firmatari. Ma me ne bastava una perché la mia ira si scatenasse di fronte alla corsa alle streghe. Non mi potevo sbagliare. Sapevo che tanti dei preti firmatari sono impegnati nel sociale o stanno consumando la loro esistenza, dopo aver dato tutto il proprio sangue per il regno di Dio: quello dei poveri, degli oppressi, degli operai.
Una seconda considerazione. La storia di don Sandro Artioli è emblematica, proprio nella sua drammaticità. Rappresenta quel mondo di preti operai, ora in pensione, che sono stati prima bastonati dalla Chiesa e poi abbandonati a se stessi, a morire nella solitudine più estrema.
Indipendentemente dalla scelta fatta, un prete che muore come un cane è un atto di accusa nei riguardi di una gerarchia che pensa solo a far girare per il giusto verso una religione fatta di riti, di sacramenti inutili, di messe sterili, di opere che testimoniano ancora il mal di pietra di tanti preti.
È una vergogna notare la totale mancanza di solidarietà tra noi preti che parliamo di agape fraterna e poi neppure permettiamo ai cani di raccogliere le briciole, e “cani” al tempo di Cristo erano i pagani, oggi i preti o i laici che non accettano una Chiesa che si allinea coi potenti.
La vicenda dei preti operai è una vergogna che pesa sulla coscienza di questa Chiesa. Non solo di oggi. Da quando è sorto il movimento dei preti operai.
Mi ricordo che, quando ero a Sesto a fare il prete, in una assemblea di tutti i sacerdoti della città, presente l’allora cardinale Giovanni Colombo, un prete operaio (mi pare fosse don Cesare) si era alzato a protestare in nome della sua causa sentendosi quasi un “lebbroso” nella Chiesa e mi ricordo ancora benissimo la veemente risposta del cardinale: “Voi siete lebbrosi, perché volete essere lebbrosi!”. Non avevo mai visto un cardinale così adirato, fuori dai gangheri: sembrava che volesse distruggere con il rossore pieno d’ira del suo volto quel povero prete!
Parlare di solidarietà tra i preti è come parlare di castità tra le escort di Berlusconi. Tra il clero esiste solo o invidia o volontà di omologazione perché tutto sia religione possibilmente rituale e sacramentaria, sempre rituale. Se un prete si trova in difficoltà per diversi motivi, è raro ricevere una telefonata di sostegno. Certo, tutte le settimane ci si trova per discutere, pregare e mangiare insieme. A che scopo? Non lo so: forse per vedersi, raccontarsi le ultime, fare qualche pettegolezzo (il gossip l’hanno inventato i preti), o forse perché sinceramente si vorrebbe tentare una maggiore coesione tra parrocchie, ma il tutto sempre in rigida linea pastorale diocesana. Poi, a casa, ognuno fa quello che può o, meglio, quello che vuole.
A me dispiace, sinceramente dispiace, profondamente dispiace vedere un prete che – dopo anni e anni di duro lavoro (non intendo solo quello fisico, come quello di chi lavora in una fabbrica, in una dura fabbrica), ma di impegno per una nobile causa, come quello di chi vuole riaccostare i lontani non dico alla fede ma a credere ancora nei valori di una società fondata sulla giustizia, sulla libertà, sulla democrazia, valori che il cristianesimo in quanto tale possiede e potrebbe offrire al mondo intero – ora si trovi solo in una stanzetta quasi a mendicare un po’ di speranza, una parola di conforto da amici (e quali?), a resistere perché quella dignità testimoniata fino al sangue non venga rubata da momenti di estrema difficoltà. Basta poco per cedere. Dire di sì a quella Chiesa che si è sempre combattuto, per tornare nella serenità dello spirito, convincendosi addirittura che le pene dell’inferno, anticipate in questo gran bel paradiso, siano la purificazione di un’anima che avrebbe tradito la sua vocazione sacerdotale.
Stamattina ho parlato con don Sandro Artioli, e vi assicuro che non mi è stato facile. Temevo di recitare la parte del giornalista, quella parte che, soprattutto in questi ultimi momenti, sto imparando a odiare. Ho cercato di dare alla conversazione uno stile amichevole, spero di esserci riuscito. Sono contento di averlo fatto parlare, conversare, fargli dire con grande naturalezza cose che, adesso, a pensarci bene, forse avrei preferito non sentire. Dovevo stimolarlo, perché la solitudine chiude, e blocca ogni confidenza.
Ne è uscito un quadro desolante, da diversi punti di vista. Di un’anima provata dall’abbandono quasi totale. Alla dura prova con se stesso. Con la percezione di un io che si perde nella smemoratezza. Nella incapacità di riconoscersi, e di riconoscere l’identità altrui. Un io che vaga nella nebbia. “Non mi ricordo più chi sei?, mi ripeteva.
Raccapricciante!E desolante per tutta una società che costringe a farti diventare un alieno. E la società, come un rullo, schiaccia le coscienze, le annulla, e annulla il passato: il passato di una testimonianza finita ormai nel nulla. Sì, perché a dimenticarsi e a dimenticare è anzitutto la società, che preferisce costruirsi altre identità, e a imporle, annullando la tua. Alieni, e soddisfatti.
Che cosa chiedo? Tante cose. Una in particolare: che si dia a questi testimoni di un Vangelo radicale, incarnato nella realtà più infernale, al contatto della gente più a rischio, di avere un riconoscimento: non si tratta di un premio, ma di riconoscergli (ecco il riconoscimento) il merito, sì già qui, ora, senza aspettare l’aldilà, di aver contribuito a ridare un po’ di speranza all’umanità e di avere aperto la strada – la Chiesa continuerà a dare i meriti solo allo Spirito santo – ad un cristianesimo più evangelico.
