di Piero Murineddu
Da più di un decennio e mezzo la cordialità di ziu Peppe, e quando l’umore era giusto anche il sorriso a pieni denti o dentiera che fosse, non illumina più la giornata di chi capitava d’incontrarlo percorrendo le strade ripide di Sennori, il paese sardo poco più sopra il mio che ha dato i natali a persone di grande pregio, tra le quali una donna che da oltre quarant’anni mi é d’insostituibile compagnia.
La volta che proposi al vecchio Giuseppe, Peppe per tutti, di raccontarsi, non aveva minimamente battuto ciglio. “Aió! Proite nono?” mi aveva risposto, seduto a gambe larghe sulla fresca soglia della casa dirimpettaia alla sua, posa simile a quella impressa nelle due foto sotto mentre intreccia i suoi preziosi cestini e pubblicata nel calendario curato dalla locale amministrazione pubblica.

In quegli anni ero preso da una sorta di frenesia di conoscere figure che, con instancabile ed immutata passione, perpetuavano attività manuali ma non solo che avevano caratterizzato ed arricchito culturalmente il passato dei due paesi romangiati confinanti. Consideravo di grande apprezzamento l’iniziativa che da qualche anno sapevo portare avanti dal Comune sennorese. Grazie ad essa, seppi di Peppe Fenu.
– A mi ascolta? Io le proporrò delle domande giusto per darle uno spunto, ma lei potrà parlare delle cose a cui tiene maggiormente, per cui non deve per niente preoccuparsi….
– E chi si preoccupa…facciamolo che gia mi fa piacere…
Il vecchio Peppe si é dimostrato da subito accogliente, ed il sorriso, quella semplice contrazione di muscoli facciali che non costa niente e alleggeriscono la vita di chi la usa ma che purtroppo spesso manca in troppi volti, stava lì a dimostrarlo.
Quando per l’appuntamento fissato tornai a casa sua, mi diede piena dimostrazione del grande pregio qual’é appunto il senso di Accoglienza verso il prossimo.
Le mie, più che interviste comunemente intese, diventano il più delle volte una chiacchierata tra due persone che pare si conoscano da sempre, anche se incontrate qualche giorno prima.
Nel documento filmato, costruito con riprese realizzate nella sua casa in paese e nella campagna che fino all’ultimo ha curato pressoché quotidianamente e in modo esemplare, una delle tante cose che a distanza mi colpisce, ma in fondo abbastanza usuale dalle nostre parti, é l’intercalare in italiano e il dialetto – e non sola da parte della gente semplice ch’era fortunata se aveva frequentato qualche anno di elementare – parlato il secondo con più speditezza e che fa esprimere molto meglio il proprio pensiero. Aldilà degli studi, credo succeda a molti, e non solo dalle mie parti. Probabilmente esprime il desiderio di rimanere attaccati alle proprie radici culturali. Anzi, penso proprio che sia così.
Apro in proposito una parentesi. C’é stato un passaggio nella storia locale di ciascuno in cui si é stati proprio costretti a questo strappo, complice quello strano concetto di “cultura” imperante allora a partire dalla scolaritá di base, salvo poi, quando i danni iniziavano ad evidenziarsi, il cercare di rimediare ma con scarsissimi risultati. Eppoi questa mania, in un certo qual senso secondo me autodistruttiva, di volerci “globalizzare” il cervello usando termini anglofoni, con la motivazione un tantino stupidotta di “comunicare meglio” come se fossimo tutti rappresentanti di commercio internazionale, ambasciatori e addirittura nunzi apostolici. Si faccia ben attenzione che non parlo affatto – e chi vuole intendere, intenda – dell’oggettivo vantaggio e utilità di conoscere lingue diverse, mezzo che agevola la comunicazione nella societá multiculturale a cui, piaccia o meno, siamo destinati…. pandemie varie permettendo. A me quello che indispone e urta é l’Esibizione, quella fine a se stessa e auto incensatoria, spesso per coprire altre manchevolezze ben più importanti. C’è poi quell’usanza di far proprie certe ricorrenze originate in altre parti del globo, naturalmente quello ricco (a spese naturalmente di altre sfruttate all’ inverosimile !), scimmiottandone persino i termini, come il “Black Friday” di fine novembre di cui probabilmente non se ne conosce neanche la motivazione storica.
Chiudo molto volentieri la parentesi e riporto, facendolo parlare in prima persona, parte di quanto il vecchio Peppe racconta della sua vita nel video riportato sotto:
“Mio padre Antonio faceva il venditore ambulante di fichi secchi, altra frutta e vino di sua produzione, tenendo tutto in due grosse ceste in groppa al suo cavallo. Si alzava presto la mattina e a volte anch’io andavo con lui a Sassari. Quando vendevamo tutto, ci fermavamo da Bròttu lu vinu per mangiare fave bollite, accompagnate da un quartino di vino. Al rientro serale, mio padre curava la bestia e preparava la merce per l’indomani. Questa era la vita che si svolgeva più o meno ogni giorno. Mia madre, Antonia Pazzola lavorava in campagna, prendendo quattro, cinque soldi alla giornata. Al tempo della raccolta delle ciliegie, ad una cert’ora coi miei compagnetti ci riunivamo per andare incontro ai nostri genitori e farci la sospirata mangiata di ciliegie. Un giorno, insieme ad una decina di ragazzi della mia età, durante il tragitto nella strada di San Giovanni, ci siamo trovati a passare vicino ad un gregge. Il cane che lo custodiva, quando ci vide arrivare si avventò proprio sopra di me, buttandomi a terra per due volte, Devo ringraziare tiu Antonio Fattacciu, un anziano che aveva una casetta lì vicino, che con un bastone riuscì a scacciarlo. Col pulman mi hanno riportato a casa e mia madre mi ha portato ad un centro di medicazione a Sassari, di fronte ai giardini. Per il morso alla coscia sinistra mi dovettero mettere sette punti e per un mese son dovuto andare per farmi curare”.
Nell’occasione dell’ intervista, per quanto sia sfuggito per forza di cose qualche aspetto che sarebbe potuto essere interessante, sono certo che tziu Peppe abbia toccato tutto il per lui toccabile, compreso il prendere un vecchio barattolo di concentrato di pomodoro, modellarsi con sa resolza due bastoni scelti con cura e darmi dimostrazione – con sicurezza e comprensibile autocompiacimento da uomo di 88 anni quali aveva allora – dell’ eccelso e sinceramente inatteso senso del ritmo posseduto, valorizzato dal tamburellaio ufficiale di tempi addietro quando, impossibilitato per motivi suoi, chiedeva al giovane Peppe di sostituirlo nell’accompagnamento delle processioni paesane. La sua “esibizione” l’ho documentata. anche nel secondo video, ritagliato dal primo.
Nel terzo documento in audio, ziu Peppe mi parla del lavoro che svolgeva in un frantoio del paese, dalle cinque ch’era ancora buio alle otto di sera nel periodo di maggior raccolta. Una descrizione minuziosa. Quando il prodotto primo iniziava a scarseggiare, veniva mandato in giro per comprare piccole quantità residue, che lui trasportava sulle spalle in sacchi di iuta. Grandi sacrifici i nostri vecchi, quasi sempre ripagati il tanto che serviva a malapena per mandare avanti la propria famiglia.
Nato il 6 maggio del 1923, Peppe Fenu ci ha lasciati il giorno prima del compimento del suo 91esimo anno di vita, nel 2014.
Veramente a Sennori un carattere così spontaneamente gioviale come quello di tziu Peppe manca a molti. Racconta la figlia Filippa che in occasione di qualche funerale, addirittura all’interno del cimitero lo vedeva col suo usuale sorriso intento a tirare su il morale di chi gli stava intorno con una barzelletta del suo vasto repertorio, e sicuramente non lo faceva per irriverenza verso il luogo nè tantomeno verso il defunto. Era fatto così tziu Peppe, aperto alla vita e alla giovialità, aspetti che hanno arricchito tutti, compreso me per il breve tempo che l’ho conosciuto e per cui continuo ad essergli grato.
Ed ecco il concertino live per bastoni e barattolo di latta…





