P R E M E S S A
di Piero Murineddu
Di Rita Clemente, tra le altre cosette coautrice con me di alcune canzoni, in questo blog vi si trovano diverse pagine a lei dedicate. Per presentarla, dico subito che in quel dì lontano lasciò la sua Puglia con in tasca una laurea in Lettere classiche e, risalendo lo Stivalone facendo tappa in alcune città guadagnandosi da vivere come docente scolastica, dopo aver insegnato a Torino decide infine di mettere radici a Chieri dove vive col marito Corrado, cura le piante del suo giardino e nei mesi invernali si fa riscaldare i piedi e il cuore – e magari farsi aiutare a migliorare l’umore – dai suoi amati gatti.
É possibile che il susseguirsi degli eventi delle vita, oltre che per amore, l’abbiano portata a stabilirsi da quelle parti probabilmente anche per contribuire ad umanizzare quella terra messa a rischio da certuni coi loro rozzi megafononi propagandistici…padani, ma questo é solo un pensierino che mi é sfuggito di controllo e di cui mi scuso.
Rita, da sempre impegnata nel sociale, con più tempo a disposizione non ha smesso di farlo dopo il pensionamento. Per diversi anni ha svolto attività di sostegno scolastico a ragazzi in difficoltà o provenienti da Paesi esteri. Poetessa e amante della scrittura, è autrice di alcuni libri, tra i quali anche uno autobiografico dedicato alla sua lunga esperienza d’insegnante. Il ricavato della vendita di uno dei suoi lavori é stato destinato alla causa dei Rom, popolo verso il quale Rita ha avuto sempre particolare e rispettosa attenzione, come questi versi cui ha dedicato in uno dei suoi libri…
Qualora qualcuno fosse interessato a procurarsi i suoi lavori, cerchi la Casa Editrice Gaidano&Matta di Chieri.
Il titolo che ha dato a questo suo saggio ancora inedito di cui periodicamente riporterò il contenuto, “Patriarcato e religione”, credo faccia da subito trasparire il sacrosanto “femminismo” che ha sempre caratterizzato la sua vita, sia in ambiente scolastico, sia nell’impegno sociale che dicevo e sia nell’adesione ad una Comunità di Base, quelle realtà associative che non si limitano alla frequentazione domenicale delle liturgie e al pronto “gnorsì” al parroco, guida e padre si, ma che a volte, a motivo del tradizionale maschilismo che non manca neanche in questo ambito, tende a considerarsi anche padrone della “sua” chiesa.
“Le religioni hanno sempre posto la donna in posizione di sudditanza rispetto all’uomo”, scrive l’autrice, un passaggio che dà un’intonato LA all’intero tema trattato in questo nuovo breve saggio.
Buona lettura
PATRIARCATO E RELIGIONE
di Rita Clemente
CAPITOLO PRIMO
– Le religioni e la donna
Essendo un’espressione importante della cultura e del sistema valoriale di un popolo, le religioni sono state spesso sistematizzate e regolate secondo l’interpretazione del potere dominante, anche come “instrumentum regni”. Pertanto, esse hanno sempre rappresentato, in epoca storica, uno dei migliori canali di rafforzamento e di legittimazione del patriarcato.
Nelle religioni monoteistiche predomina un’immagine “maschile” (e maschilista) della divinità, ma anche quelle politeistiche non sono da meno. Ma le religioni vanno anche oltre il campo della regolamentazione sociale e morale, in quanto hanno a che fare con il bisogno di trascendenza dei limiti umani e il bisogno di senso della vita. Vero è che questi “bisogni” non necessariamente si soddisfano con una fede religiosa: spesso con una fede laica nel progresso, nella giustizia storica, spesso con l’affermazione egoica del “mio”: il mio popolo, la mia razza, il mio Paese, spesso questi bisogni non si sentono neppure. Però, quando nel vissuto umano entra il bisogno di avere anche una dimensione religiosa e/o spirituale, i parametri interpretativi delle religioni possono cambiare con l’evolversi delle mentalità e dei valori.
Ad ogni modo, non si può negare che le religioni abbiano offerto un supporto notevole al patriarcato. E hanno sempre posto la donna in posizione di sudditanza rispetto all’uomo, quando non l’hanno decisamente svalutata. Di essa solitamente hanno salvato il “contenitore riproduttivo”, cioè la maternità e tutto ciò che poteva riguardarla. Anche ovviamente la religione cristiana (ma non Gesù di Nazareth).
Io parlerò prevalentemente del rapporto fra le donne e la religione nell’ambito appunto del cristianesimo, che è la religione in cui mi sono formata e che conosco meglio. Ciò nulla toglie al fatto che anche le altre religioni abbiano offerto, nella loro evoluzione storica, un notevole apporto alla strutturazione di società patriarcali.
Il cristianesimo, di cui il cattolicesimo è una “confessione” particolare, si diffonde in tutto l’impero romano a partire dal primo secolo d. C. Oltre che una nuova religione è anche un nuovo sistema di valori, una nuova mentalità. Nasce dalla parola di un Rabbi ebreo, Gesù di Nazareth, così come ci è stata narrata attraverso i quattro vangeli canonici ed altri scritti. Il principio fondamentale del cristianesimo è l’amore, secondo il precetto della spiritualità ebraica: Ama Dio… ama il tuo prossimo. Gesù rincara la dose: Nessuno ha amore più grande di colui che dà la vita per i suoi amici.
Con il tempo, il cristianesimo si definì e si cristallizzò in istituzioni e in dogmi dottrinari. In che modo la nuova religione influì sulla concezione del matrimonio e della famiglia e sulla condizione della donna? Intanto, alcuni principi basilari che riguardano il matrimonio cristiano: esso deve avvenire tra un uomo e una donna, rigorosamente monogamico, deve essere indissolubile e comporta l’obbligo di fedeltà reciproca tra i coniugi. In linea di principio, dovrebbe anche essere fondato sulla libera scelta.
Nella realtà, le cose andarono diversamente. Fatto salvo il principio di indissolubilità (che solo l’autorità religiosa può sciogliere in particolari casi), il dovere di fedeltà venne largamente disatteso, soprattutto dagli uomini, mentre venne socialmente e religiosamente imposto alle donne, le cui eventuali trasgressioni erano pesantemente sanzionate. Se C’è da dire, a questo proposito, che persino nello Stato Pontificio, lo Stato della Chiesa, era ammessa e tollerata la prostituzione, come valvola di sfogo per gli uomini e per “tutelare” la famiglia.
Per quanto riguarda i matrimoni, essi continuarono per secoli a essere combinati dalle rispettive famiglie degli sposi, secondo interessi di convenienza, a parte naturalmente possibili eccezioni. Ma con il cristianesimo accadde anche altro. Accanto alle figure tradizionali della donna – moglie – madre e della donna – prostituta, si aggiunse un altro modello femminile: la donna – vergine – consacrata, che dedicava la sua vita a Dio (e alla Chiesa). Molte donne sceglievano questa sorte per convinzione profonda, altre per sfuggire a matrimoni sgraditi, altre ancora per costrizione (ricordiamo l’esempio di Gertrude nei Promessi Sposi).
CAPITOLO SECONDO
– Trasgressione di Eva e conseguente misoginia
In ogni caso, il cristianesimo, nella sua elaborazione dottrinale, fu anche contraddistinto da un fortissimo atteggiamento sessuofobico. La sessualità umana venne considerata peccaminosa di per sé, ammessa e tollerata solo per fini procreativi all’interno del matrimonio. L’ideale della “castità”, intesa come astensione dai rapporti sessuali, divenne l’ideale di perfezione morale. Questo portò, purtroppo, a un atteggiamento di forte misoginia, presente in modo diffuso negli scritti di molti Padri della Chiesa.
Misoginia rafforzata anche “teologicamente” dal dogma del “peccato originale” desunto da una interpretazione di Genesi, laddove si parla della “trasgressione” di Eva. Interpretazione ampiamente
legittimata da Agostino di Ippona e che divenne un cardine teorico del cristianesimo: tutti nasciamo con il “peccato originale” per la colpa di Eva. La donna così viene vista, di per sé,come.“tentatrice” soprattutto sul piano sessuale. Il suo ruolo di sottomissione all’interno della famiglia non viene messo in discussione, ma anzi ribadito con molta convinzione, a partire da Paolo di Tarso.
Sono davvero numerose le dichiarazioni di eminenti personaggi, detti Padri della Chiesa e addirittura elevati allo stato di santità, sulla inferiorità della donna, quando non addirittura sulla sua “naturale” perversione.
Riporto solo alcuni di questi “fiori olezzanti di virtù”. Prima di tutto viene messa in rilievo la sostanziale inferiorità ontologica dell’essere umano femminile rispetto all’essere umano maschile. A cominciare proprio da Paolo di Tarso, per continuare con Agostino di Ippona e Tommaso d’Aquino. Anche se lo stesso Paolo, come dimostra nelle sue Lettere, si avvalse spesso e volentieri di collaboratrici donne durante tutto il suo percorso di evangelizzazione. Donne che gli offrirono ospitalità e sostegno.
“Non permetto alla donna di insegnare, né di comandare all’uomo, ma se ne stia silenziosa. Infatti Adamo fu plasmato per primo, poi Eva; e non fu sedotto Adamo prima, ma la donna essendo stata sedotta cadde nella trasgressione.” – Paolo di Tarso, Lettere a Timoteo.
“Come in tutte le comunità dei fedeli, le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la legge. Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea.” Paolo di Tarso, Prima lettera ai Corinzi.
“La donna non è fatta a immagine e somiglianza di Dio. È nell’ordine della natura che le mogli servano i loro mariti ed i figli i loro genitori, e la giustizia di ciò risiede nel principio che gli inferiori servano i superiori… È la giustizia naturale che vuole che i meno capaci servano i più capaci. Questa giustizia diventa evidente nel rapporto tra gli
schiavi ed i loro padroni, che eccellono in intelletto, ed eccellono in potere.” Agostino di Ippona.
“Era necessario che in aiuto dell‘uomo, come dice la Scrittura, fosse creata la donna: e questo non perché gli fosse di aiuto in qualche altra funzione, come dissero alcuni, poiché per qualsiasi altra funzione l‘uomo può essere aiutato meglio da un altro uomo che dalla donna, ma per cooperare alla generazione.” Tommaso d’Aquino
Inoltre, se la sessualità è il “male” per eccellenza, e la donna, per sua natura, è la “suscitatrice” delle pulsioni sessuali, allora è la donna stessa a essere il “male”. “Nulla ha il potere di trascinare tanto in basso lo spirito di un uomo quanto le carezze di una donna e quel rapporto fisico che fa parte del matrimonio.” Agostino di Ippona
“Adamo è stato condotto al peccato da Eva e non Eva da Adamo. È giusto che la donna accolga come padrone chi ha indotto a peccare.” Ambrogio, vescovo di Milano
“Se è un bene non toccare una donna, allora è un male toccarla: gli sposati vivono come le bestie, infatti nel coito con le donne gli uomini non si distinguono in nulla dai porci e dagli animali irragionevoli.” – Girolamo, padre e dottore della chiesa cattolica.
“Se gli uomini potessero vedere quel che si nasconde sotto la pelle, la vista delle donne causerebbe solo il vomito. Se rifiutiamo di toccare lo sterco anche con la punta delle dita, come possiamo desiderare di abbracciare una donna, creatura di sterco?” – Odone, abate di Cluny.
Crisostomo (Bocca d’oro!), fatto santo anche lui nella chiesa greco – ortodossa, non si risparmia di certo. Ecco alcune sue affermazioni: “Dio assegnò a ciascun sesso le sue funzioni, cosicché la parte più utile e più necessaria toccasse all’uomo, e la minore e inferiore alla femmina; e quegli divenisse degno d’onore
per il ruolo suo eminente, questa invece per gli uffici suoi più vili non pensasse ad alzare
la cresta contro il coniuge.”
“La donna è male sopra ogni altro male, serpe e veleno contro il quale nessuna medicina va bene. Le donne servono soprattutto a soddisfare la libidine degli uomini.”
“Verso il tuo uomo dovrà andare il tuo anelito ed egli sarà il tuo signore, così dunque discendi alla sua dipendenza, così sii una delle subordinate. Le donne sono
destinate principalmente a soddisfare la lussuria degli uomini. Dove c’è la morte ivi c’è il matrimonio e dove non c’è matrimonio ivi non c’è morte.”
Giovanni Crisostomo, patriarca di Costantinopoli. Ma anche il padre della Riforma, Lutero, non è certo più tenero e delicato. “L’atto coniugale è un peccato grave in nulla differente dall’adulterio e dalla dissolutezza nella misura in cui entra in ballo la passione dei sensi e l’odioso piacere, così che nessun dovere coniugale accade senza peccato e i coniugi non possono essere senza peccato.” Martin Lutero, padre della riforma cristiana protestante.
Inoltre, nella chiesa cattolica e nella chiesa ortodossa le donne vengono escluse dalla celebrazione del culto e dalla predicazione della parola, le chiese si strutturano in senso rigidamente gerarchico e maschilista. Questa è stata la giustificazione di un famoso giureconsulto, canonista, vescovo e cardinale, vissuto tra il 13° e il 14° secolo, Guido da Biasio.
“Le donne non possono ricevere l’ordinazione, perché l’ordinazione è riservata ai membri perfetti della chiesa, da quando ad altri uomini è stata affidata la distribuzione della grazia.Le donne non sono membri perfetti della chiesa, lo sono solo gli uomini. Aggiungi a questo che le donne non sono ad immagine di Dio, ma solo gli uomini”.Guido de Baysio,Rosarium
Insomma, come giustificazione mi pare molto chiara! Spero che oggi nessuno, se sano di mente, possa avallare una tale giustificazione. Ma fondamentalmente la questione non cambia. Nella chiesa cattolica e ortodossa le donne sono tassativamente escluse sia dalla guida delle comunità cristiane che dalla predicazione della Parola.
CAPITOLO TERZO
-La “caccia alle streghe”
La misoginia purtroppo esplicitata da alcuni Padri della Chiesa trovò una esternazione molto più perversa e delittuosa durante i secoli in cui, nel mondo cristiano, si dispiegò la crudelissima “caccia alle streghe”. Non fu il solo esempio di intolleranza persecutoria, la precedette quella nei confronti degli ebrei e nei confronti degli eretici, anzi, spesso questi diversi bersagli dell’intolleranza cristiana si confondevano insieme.
Il fenomeno si dispiegò con una incredibile ferocia tra la fine del XIV secolo e la metà del XVII secolo. Le sue estreme propaggini giunsero fino al XVIII secolo, prima che avesse inizio la cosiddetta “età dei Lumi”. E conobbe una configurazione giudiziaria molto precisa e variegata quando formalmente
furono istituiti i Tribunali della Santa Inquisizione. Questo fenomeno persecutorio riguardò il mondo cattolico e quello protestante, molto meno il cristianesimo ortodosso, nonostante anche qui non mancassero episodi di intolleranza
persecutoria, soprattutto nei confronti degli ebrei.
Naturalmente, le condanne erano
il più delle volte comminate e anche eseguite dalle autorità civili, ma molto spesso accuse, indagini, torture, giustificazioni della condanna, complicità delittuose si ebbero non solo con la larga compiacenza, ma anche con la larga complicità,quando non addirittura per espressa volontà delle autorità religiose.
Ovviamente non mi prefiggo in queste brevi riflessioni di condurre un’analisi esaustiva sul
fenomeno. Diversi saggi sono stati scritti a questo proposito.
Tuttavia vorrei pormi
due domande:
1) chi erano le streghe?
2) quali furono le ragioni di tanto accanimento su di loro anche, e soprattutto, da
parte di istituzioni che si dicevano “cristiane”?
Intanto, le streghe erano donne. Sì, ci sono stati anche gli stregoni e anche loro erano alquanto malvisti. Qualcuno ha anche conosciuto l’orrore del rogo. Ma la “strega” era, per antonomasia, “femmina”. Come scrive Vanna De Angelis nel suo
saggio “Le streghe” “Per essere strega bastava essere donna , e una donna era quasi sempre una strega”.
Questa convinzione – come nota la stessa autrice – non nasce con l’Inquisizione ma risale a molto prima, si perde nella notte
dei tempi. A mio avviso risale a quando, durante la Preistoria, gli uomini si resero conto del sapere che avevano acquisito le donne riguardo alle proprietà
medicamentose o venefiche che potevano avere le piante e i frutti della terra. Il “frutto proibito” appunto. Ciò provoca nei confronti delle donne una diffidenza ancestrale.
Nei secoli cui faccio riferimento, i secoli dell’“Europa cristiana”, dilaniata da conflitti contro gli “eretici” e da guerre di religione (cattolici contro protestanti) le cosiddetta “streghe” potevano comprendere una svariata tipologia di donne. Si poteva trattare di povere contadine ignoranti, coinvolte in intrighi di giochi più grandi di loro, in cui si intrecciavano odi, ripicche, gelosie, superstizioni. Intrighi di cui restavano vittime di poteri più forti e anche “istituzionali” (religiosi e civili), senza neppure sapersi o potersi difendere. Oppure si poteva trattare di donne intelligenti e sapienti, che avevano assimilato e si erano tramandate da madre in figlia saperi legati alla natura e alla cura. Si poteva trattare di ostetriche o di guaritrici di professione. Donne che non facevano del male ma mettevano le loro conoscenze al servizio della comunità. Oppure ancora si poteva trattare di donne “irregolari”, che non accettavano e non rientravano nei canoni dell’ordine patriarcale: prostitute o definite tali, donne sole, donne particolarmente avvenenti, anche, naturalmente, donne ribelli, donne vendicative, anche donne che
effettivamente usavano le loro conoscenze per danneggiare altri. Ma nulla di paragonabile ai malefici poteri che erano ad esse attribuiti: provocare carestie,
siccità, pestilenze, morìe di bestiame, uccisioni di bambini e cose simili.
Certo, occorreva una Paura molto, molto profonda, introiettata nell’inconscio, per attribuire alle donne poteri simili!
Perché proprio nei secoli non del Medioevo, ma di uscita dal Medioevo, nei secoli dell’Umanesimo e Rinascimento, quindi di una riscoperta del valore della cultura, e della cultura classica, nei secoli della Riforma, si ebbe un tale fanatico inasprimento della “caccia alle streghe” che costituì un vero e proprio genocidio, anzi, “ginocidio”?
Anche qui, i motivi sono tanti, e tutti intrecciati fra di loro. Passioni umane, avidità di possesso (i beni che appartenevano ai/alle condannate venivano confiscati), ignoranza e superstizione, odi e sfruttamenti di classe, guerre di religione. Ma soprattutto, giocava in sottofondo un grande, enorme pregiudizio che è stato, fin dagli inizi, un grosso problema all’interno del cristianesimo storico: la sessuofobia, la sessualità come espressione primaria del male morale e l’attribuzione di tale male ontologico all’essere donna. Lo dimostra il fatto che la colpa più grave, costantemente attribuita alle streghe era l’accoppiamento sessuale con il Diavolo, l’entità maligna per eccellenza. Quindi, ne veniva fuori una allucinante stramberia
(il)logica: il Diavolo è il male, il male è la sessualità, ma la sessualità appartiene alla
femmina, quindi la femmina è il male.
Si tratta, oltretutto, di un meccanismo di “spostamento”: le pulsioni sessuali vissute dai maschi, soprattutto se maschi votati alla cosiddetta “castità” erano viste come tentazioni malefiche femminili, e perciò diaboliche. Tutta la questione è di una allucinante incongruenza, se si pensa che chi sosteneva simili aberrazioni non erano poveri contadini ignoranti e superstiziosi, ma ecclesiastici di alto livello, gente che aveva letto e studiato e per di più gente che riteneva di rifarsi al vangelo di Cristo!
Era semplice ignoranza o colpevole presunzione di menti deviate da uno specifico pregiudizio patriarcal – sessista? Infatti, se era possibile ritenere come prova o dato di fatto che una bevanda o una pozione magica potesse aver provocato un maleficio, mi chiedo chi avesse mai visto con i propri occhi una strega accoppiarsi con il diavolo. A tal proposito, contavano solo le pseudo confessioni estorte con la tortura. Bel sistema di usare l’intelletto e la sapienza che dovrebbe derivare dallo Spirito!
Chi poi volesse approfondire, troppe informazioni troverebbe molto più precise e circostanziate, con tanto di riferimenti a nomi a luoghi, che testimoniano la verità storica di quanto sostenuto. Quindi, anche il cristianesimo nelle sue varie
espressioni storiche è stato viziato fin dall’inizio da questo male di fondo: il pregiudizio patriarcale contro le donne, considerate, ontologicamente, alleate di satana ed incarnazioni del male. A meno che non fossero ricche benefattrici oppure
povere, succubi, ubbidienti e ignoranti. La cosa che più fa accapponare la pelle a me, donna credente nel vangelo di Gesù, è che costoro affermavano di rifarsi
proprio alla volontà di quel Dio che da Gesù stesso era stato manifestato con le parole e con le opere.
E allora? Il fatto è che buona parte di quella Parola è caduta tra i rovi e gli sterpi della presunzione,del pregiudizio,e anche del potere e della prepotenza patriarcale,seppure nascosta sotto abiti religiosi “cristiani”.
CAPITOLO QUARTO
– Le donne e la chiesa cattolica
Ancora oggi, la caratteristica della Chiesa cattolica è quella di essere organizzata secondo una gerarchia ecclesiastica formata, nella parte “docens” da diaconi,
presbiteri, vescovi, cardinali e infine il papa. Tutti rigorosamente maschi. Poi vi è la
grande massa dei laici, semplici fedeli. Solo alla parte docens spetta il compito di celebrare il culto, amministrare i sacramenti, interpretare e spiegare le scritture. A parte i diaconi, tutti gli altri componenti della gerarchia, avendo ricevuto l’ordine sacro, devono restare celibi e fare voto di castità.
Per secoli la gestione delle sacre scritture nella Chiesa cattolica è rimasta esclusivamente nelle mani del clero, anche perché la stragrande maggioranza dei
laici era analfabeta. Quindi, non si è (quasi) mai data una interpretazione che derivasse da lettura e riflessione da parte di donne. Spiegherò in seguito il senso di quel “quasi ”.
Nonostante i limiti a loro imposti, le donne credenti e che frequentavano la chiesa erano in larga maggioranza ed erano le sue più fervide sostenitrici, nel servizio e nella devozione. Perché? In parte per sincero desiderio di spiritualità, in parte per sentirsi “protette” nelle loro tribolazioni da una Forza superiore, soprattutto di
carattere più “umano” del Dio Padre, Sovrano e Giudice. E la chiesa cattolica ne offriva a volontà, tra la Madonna e i santi. In parte, perché avevano profondamente interiorizzato il dominio e l’autorità maschile, anche nelle cose sacre.
Ora, il prete era la voce più autorevole in campo religioso e morale e “se lo dice il prete, così è”. In parte, anche per “esibizionismo”, per far vedere che loro erano “brave donne”,
che sapevano stare al loro posto (tutta casa e chiesa!) e avevano dei meriti in più, se seguivano tutte le novene e tutti i giorni dicevano il rosario. Ma poi, magari, sparlavano di questa e di quella, trattavano male le serve, erano in lite continua con le cognate o fra suocera e nuora…Insomma, le cosiddette “bigotte” (parola che contiene sempre un forte senso di ipocrisia).
L’autorità e il prestigio morale del prete serviva a loro anche per garantirsi qualcuno di “superiore” su cui riversare torrenti di confidenze sui loro “sogni d’amore”, se erano delle giovinette, sulle loro frustrazioni e infelicità coniugali se erano donne
sposate. Naturalmente, in confessione. Ma, attraverso le confessioni, passavano
anche le manipolazioni e le colpevolizzazioni riguardanti i loro “doveri” di essere “buone mogli e buone madri”,di perdonare sempre, anche il marito violento e
ubriacone,di non opporsi mai alla violenza maschile, di sopportare tutto con santa pazienza e di pregare! Nel caso delle giovinette, le colpevolizzazioni passavano anche attraverso disamine minuziose e rivestite, a volte, di curiosità malsane e pelose, sul loro vissuto affettivo e sessuale, per andare a indagare dove potessero trovarsi i “peccati” per eccellenza, ossia gli “atti impuri”.
Ovviamente, parlo sempre in via generale, ma sufficientemente realistica, tenendo conto sempre che potessero esserci anche altri stili di comportamento tra i “confessori”.In questo modo, le donne cattoliche (e, in modi diversi, anche le credenti in altre religioni) contribuivano a rafforzare e a perpetuare il dominio maschile (e maschilista!), su di sé, la propria vita, la propria coscienza e il proprio corpo.E del principio di amore predicato dal Rabbi Gesù di Nazareth che cosa ne è stato? Se esso ha operato, lo ha fatto all’interno delle singole coscienze e delle singole famiglie. Nella strutturazione sociale e nella morale collettiva, nulla di sostanziale mutò per le donne, che anzi furono caricate di una ulteriore “colpa originale” di cui furono ritenute le prime responsabili.
Forse qualcosa è cominciato
cambiare dopo il Concilio Vaticano II, più che altro perché sono aumentate le voci di teologhe in dissonanza con le posizioni tradizionaliste della gerarchia
ecclesiastica ed è aumentato il numero di donne credenti che, per proprio conto o in Comunità di base, hanno dato il via a una riflessione autonoma, individuale o comunitaria, sulle scritture e la loro valenza “liberante” per la vita delle donne. Anche alcuni papi, in verità, hanno affrontato specificamente il tema della “dignità femminile”, ma nell’impalcatura ecclesiastica ancora oggi nulla è cambiato
realmente rispetto ai dogmi e alla dottrina che possa riguardare le donne. Nonostante alcune aperture coraggiose di papa Francesco su altri fronti.
CAPITOLO QUINTO
– Le “poetesse” di Dio e le “dottoresse” della chiesa
Ho detto “quasi sempre” a proposito della mancata interpretazione delle scritture
da parte delle donne perché, fin dal Medioevo e poi nei secoli successivi, vi sono state poche, ma significative voci di pensatrici e mistiche che hanno superato i divieti, le imposizioni, le limitazioni a loro imposte dal clero per attingere
liberamente, con la forza del loro solo pensiero e della loro fede, alle fonti stesse del rapporto con il divino, non mediato da alcuna “autorità” sacrale ufficiale.
Nel cristianesimo perciò, si esprime una grande contraddizione: da un lato una esasperata sessuofobia che porta a svilire ancora di più la figura femminile
considerata “peccaminosa”. D’altro lato, le donne libere da obblighi familiari (quelle consacrate) hanno la possibilità di sperimentare una nuova e inedita libertà dello spirito. Molte divennero fondatrici di istituzioni caritatevoli che seppero gestire con grande sapienza.
Altre portarono contributi notevoli di pensiero, anche attraverso la scrittura, tanto da essere definite “dottori della Chiesa”. Questo dimostra che, quando si apre uno spazio di libertà, le donne riescono ad eccellere come e quanto gli uomini. Inoltre, nonostante le gravi limitazioni loro imposte, moltissime donne diedero un grandissimo contributo di pensiero e di azione all’interno delle chiese, tanto che la chiesa cattolica dovette riconoscere per molte di loro lo stato di “santità”,dopo la loro morte.
Nel libro “Le poetesse di Dio”: l’esperienza mistica femminile nel Medioevo” di Georgette Epiney – Burgard ed Emilie Zum Brunn vengono riportati brani tratti da
opere di cinque grandi protagoniste della mistica medievale: Ildegarda di Bingen,
Beatrice di Nazareth, Matilde di Magdeburgo, Hadewijch d’Aversa e Margherita Porete. Si tratta di monache o di beghine, donne in genere dell’alta borghesia che
sarebbero state destinate a matrimoni combinati dalle loro famiglie per motivi di interesse economico o dinastico come quasi sempre succedeva a quei tempi. La
donna come mezzo di scambio, cosa che avveniva non solo nel mondo cristiano, ma anche. Queste donne “preferivano alle anguste mura domestiche il convento o il beghinaggio all’interno dei quali potevano accedere alla cultura e godere, a livello sia materiale sia spirituale, di un grado di
indipendenza altrimenti impensabile…Tese soprattutto a realizzare una perfetta unione con la divinità , queste religiose non esitavano a denunciare apertamente la corruzione del clero e qualsiasi forma di devozione meramente esteriore, mentre proclamavano il loro sconfinato amore per Dio con accenti appassionati”.
Naturalmente non ebbero vita facile all’interno della Chiesa, la loro religiosità era vista come una minaccia e spesso equiparata a forme di pensiero ereticali. Una di loro, Margherita Porete, finì addirittura sul rogo.
Il titolo di Dottore della Chiesa può essere invece attribuito solo dalla superiore autorità ecclesiastica, come un papa o un Concilio, dopo la morte e previo un processo di canonizzazione. Nel corso della sua storia, la Chiesa ha insignito di questo titolo 36 santi, fra cui quattro donne. Le prime due donne a essere proclamate Dottori della Chiesa da Paolo VI nel 1970 sono state santa Caterina da Siena e santa Teresa d’ Avila.
Nel 1997 Giovanni Paolo II aggiunse a loro anche santa Teresa di Lisieux, mistica francese e patrona di Francia.
Infine, nel 2012 Benedetto XVI ha dichiarato “dottore della chiesa” anche santa Ildegarda di Bingen,
una delle mistiche medievali del XII secolo, che fu suora benedettina. Non è un caso però che i primi dottori della Chiesa, cioè sant’Ambrogio, sant’Agostino d’Ippona, san Girolamo e san Gregorio Magno, siano stati proclamati tali già nel 1295 dal papa Bonifacio VIII, mentre per avere la prima donna “dottore
della chiesa” bisognerà aspettare che passassero ben sette secoli, cioè solo in prossimità del secondo millennio.
Avranno influito anche in questo le lotte femministe? Chi lo sa! Di certo avrà influito il processo di emancipazione della donna che, in qualche modo, bon gré mal gré, ha investito anche la Chiesa docens.
Inoltre, queste quattro donne, nonostante la diversità delle epoche in cui sono vissute e delle loro esperienze di vita,presentano tutte delle caratteristiche che le
accomunano. Intanto, nonostante fossero donne, avevano potuto in qualche modo accedere agli strumenti della cultura, come il saper leggere e scrivere, attraverso i quali poter esprimere il loro pensiero, i loro sentimenti, le loro conoscenze. Inoltre, hanno saputo rapportarsi con personaggi clericali molto in alto nella scala gerarchica e questo a volte in modo collaborativo, a volte in modo conflittuale, a volte addirittura in modo impositivo e critico. Hanno sempre dimostrato e anche
rivendicato una grande autonomia nelle loro scelte, sin da ragazzine, a cominciare dal contrastare le imposizioni della loro famiglia d’origine.
Oltre a essere state donne con una spiritualità pervasa da grande afflato mistico, sono anche state
donne capaci d’azione, in grado di reggere monasteri e di fondare nuove istituzioni religiose. Anche imponendo con forza e determinazione le loro scelte, senza recedere dai loro obiettivi. Ma soprattutto, sono state donne in grado di vivere una loro esperienza personale di collegamento con il divino in modo molto intenso, fortemente mistico, quasi di compenetrazione con la dimensione spirituale non mediata da regole, precetti, limiti imposti da autorità gerarchiche ufficiali. Per questo, alcune di loro sono state considerate “possedute” da forze demoniache. Per non rischiare di finire anche loro, come altre povere disgraziate, sul rogo hanno
dovuto sapersi conquistare la stima e la fiducia di alti prelati che le hanno protette.
Vero è che neppure loro escono fuori dai limiti patriarcali e neppure loro disconoscono come radice del male la trasgressione di Eva. Pur con tutta l’audacia e
la perseveranza della loro intensa vita d’azione, ispirata ai principi evangelici, si sono sempre riconosciute ontologicamente come “esseri inferiori” in quanto donne
e non hanno mai messo in discussione il grande valore dell’essere “uomo- maschio”,
sia come essere fatto a somiglianza di Dio, sia come autorità stabilita da Dio stesso
rispetto all’essere donna. Loro stesse anzi, come donne, si sono sempre riconosciute “piccole e insignificanti”.
Tuttavia, hanno in qualche modo affermato un nuovo paradigma rispetto alla tradizionale e mai messa in discussione “subalternità” delle donne tutte, per colpa della donna “prima peccatrice”(se si esclude, ovviamente, Maria, la madre di Gesù, vergine e madre, unica creatura esente dal peccato
originale e pertanto esempio unico e non replicabile). Per Ildegarda di Blingen, l’umanità perfetta è una umanità sessuata, che si concretizza nella unione sessuale
dell’uomo e della donna, unico mezzo per potere dare vita all’umanità, nell’amore. Superando la visione totalmente negativa che alcuni padri della Chiesa avevano
espresso riguardo alla sessualità, di per se stessa considerata “peccaminosa”.
Ma non solo! Addirittura, per opera di queste pensatrici, nella natura stessa di Dio si afferma un principio femminile, amore fatto di tenerezza “materna”. Riporto da “Le poetesse di Dio”: “Ildegarda inserisce materialmente l’elemento
femminile nella sua teologia: l’amore di Dio è un amore materno che dà la vita e che si manifesta attraverso la dolcezza e la misericordia”. E santa Teresa di Lisieux sostiene “Il Signore è più tenero di una madre”.
Anche quella di santa Caterina da Siena è una immagine “materna” di Dio: “Quand’anche tutte le lingue maldicenti ci mettessero in cattiva luce, non ce ne cureremmo, ma di ogni cosa ci rallegriamo e gioiamo, perché viviamo in Dio, nostro riposo, e gustiamo il latte del suo amore. Come il bambino attira a sé il latte dal seno della madre, così noi, innamorati di Dio, attingiamo l’amore da Gesù crocifisso”.
Infine, queste quattro “pensatrici” (ma anche molte altre) hanno dimostrato, con i
fatti e attraverso i loro scritti, di saper attingere alla sostanza delle parole evangeliche con una intelligenza e una sensibilità “da donne” e di essere state in grado anche di guidare, con la loro interpretazione delle scritture, intere comunità monastiche. Riporto inoltre due citazioni di una religiosa più moderna, non (o almeno,non ancora) “dottore della Chiesa”. Mi riferisco a Edith Stein, ebrea convertita al cattolicesimo e anche lei, come Teresa d’Avila e Teresa di Lisieux, dell’ordine delle Carmelitane scalze, morta ad Auschwitz nel 1942. “La donna
cerca naturalmente di abbracciare ciò che è vivente, personale,
integro. Curare, custodire, proteggere, nutrire e favorire la crescita è il suo anelito naturale, materno”.Inoltre: “Ogni donna che vive alla luce
dell’eternità può realizzare la propria vocazione, sia essa il
matrimonio, un ordine religioso o una professione”.
Aggiungendo quindi,alle tradizionali scelte riservate alle donne cristiane, il matrimonio o la consacrazione religiosa, anche “la professione”, per svolgere la quale occorre necessariamente istruzione, competenza intellettuale e impegno extrafamiliare.
Tutte condizioni tradizionalmente ritenute “superflue” per le donne, il cui ruolo era fissato a priori (succede ancora, purtroppo, in molte società attuali, per effetto di prescrizioni “religiose” tratte da testi ritenuti sacri ma interpretati unicamente da
menti maschili). Ovviamente questo non accade più oggi nel cattolicesimo, diffuso più che altro nel mondo occidentale sviluppato, dove però la struttura gerarchica e maschile della Chiesa è rimasta immutata, nonostante il pensiero e le opere di molte
teologhe e il parere di molti, religiosi o laici che siano, “in dissonanza”.
CONTINUA…..